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Nonno Gianni e nonna Mirella raccontano a Filippo

Tutti e due, da piccoli, abitavano vicino al Silan. Tra i tanti giochi che praticavano  in alcune stagioni dell’anno c’era quello della pesca dei gamberi d’acqua dolce.Il nonno, più coraggioso, alzava i sassi in acqua e  con la mano li prendeva sul carapace, attento a non essere  pizzicato dalle chele che nei gamberi adulti erano potenti.Una volta raccolti, venivano messi in un catino colmo d’acqua perché non morissero.Il nonno Gianni , dopo aver portato alla sua mamma una buona parte dei gamberi pescati, ne tratteneva una certa quantità da fare un pranzetto con la nonna, che dalla bottega prendeva olio, sale e farina per cucinarli.

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 Nonno Luigi racconta a Lia

Era un pomeriggio di piena estate, il caldo era soffocante e i miei genitori dopo avermi raccomandato di completare i compiti che ci erano stati assegnati per le vacanze sono andati a riposare come era loro abitudine.

Io e un mio amico vicino di casa approfittando della loro assenza ci siamo arrampicati su un’alta pianta di fico per mangiare quelli maturi che da un po’ di tempo aspettavamo la loro maturazione. Ricordo che erano dolcissimi e dopo averne mangiato a sazietà siamo scesi dalla pianta avendo cura di raccogliere le foglie e le bucce che erano cadute per terra perché non si accorgessero della nostra birichinata.

Alla sera mia madre aveva detto a mio padre di prendere la scala per raccogliere un cesto di fichi.

Grande è stata la sua sorpresa quando si è accorto che non c’era più un fico maturo.

Alla sera  quando eravamo tutti a tavola per la cena mio padre ha chiesto se qualcuno di noi avesse mangiato tutti quei frutti. Nessuno di noi ha risposto ma sapendo che solo io quel pomeriggio ero a casa ha capito subito che ero stato io, anche se alla fine avevo fatto presente di aver visto uno stormo di uccelli ghiotti di quei frutti dolci.Per una settimana non mi è stato dato il permesso di mangiarne.

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Nonna Luisa racconta ad Annasole

La nonna nel 1957 era salita fino al monte Spitz. La nonna e lo zio Antonio sono partiti dalla casetta dove alloggiavano. Alloggiavano a Tonezza del  Cimone.

La nonna aveva paura ma lo zio Antonio la sosteneva dandole  la  mano. La nonna aveva raccolto le stelle alpine senza scivolare. La nonna si era divertita un sacco e per lei è stata un’avventura. E lo zio Antonio ha detto che raccogliendo le stelle alpine alcune persone scivolarono giu’ dal dirupo.

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Paola, la “Fata anziana” racconta a Mariasole

C’è un’amica della mia mamma che si chiama Paola e io la chiamo “Fata Anziana” e ha 63 anni come la mia nonna. Le ho chiesto com’era andare a scuola ai suoi tempi ed ecco che cosa ha raccontato:

“Alle scuole elementari tutte le bambine (perché a quei tempi femmine e maschi frequentavano scuole separate) indossavano una divisa uguale per tutte quante, formata da un grembiule bianco e un fiocco azzurro al collo.

Si doveva entrare in classe in assoluto silenzio perché era vietato giocare e scherzare o parlare ad alta voce, in attesa che entrasse la maestra. Avevamo tutti un grande timore a causa delle terribili note che scriveva su un apposito quadernetto da portare a firmare ai genitori.
La giornata iniziava alla mattina con l’ordine di alzarsi tutti in piedi e cantare l’inno alla patria “Fratelli d’Italia”, dopo di che potevamo ordinatamente, senza far rumore, sederci per iniziare le lezioni.

Si usava ancora la penna col pennino da intingere nell’inchiostro dentro al calamaio situato sul bordo del banco di legno dentro un apposito foro.

Esistevano ancora le lezioni di bella calligrafia della quale esistevano vari stili tra cui quelli
1 TEDESCO
2  FRANCESE
per capirci bene è una calligrafia che partiva da destra verso sinistra facando decori a spirale laterali.
Durante i compiti in classe la maestra  controllava che non si copiasse.
Girava fra i banchi con una sottile bacchetta di legno fra le mani e non esitava ad usarla sulle nostre mani se ci scopriva a sbirciare sul compito della compagna di banco.

A quei tempi le punizioni erano permesse e me ne ricordo ancora una che consisteva nell’indossare un cappello di cartone a forma di cono provvisto di  orecchie d’asino da indossare quando non capivi qualcosa.
E dovevi rimanere  in piedi dietro alla lavagna finché non lo diceva la maesta e il tempo massimo era 5-10 minuti circa.”

Io penso che le maestre ai quei tempi erano molto crudeli e sono “furtunatissimissima” che non ho maestri così: speriamo perché ci devo stare con loro 5 ANNI!!!!!!!!!!!!!!

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