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La scuola dei nonni – L’asilo di nonna Antonia

 

L’asilo di nonna Antonia (la mamma di Sara, nonché la nonna di Vera 🙂 )

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1950 РNonna Antonia ̬ in seconda fila, la quinta a partire da destra

Vorrei partire dal primo ricordo che ho della mia infanzia: “asilo”. Ora viene chiamata scuola materna, ma sempre quella è.
Grembiule a quadretti bianchi e rossi, colletto bianco e fiocco rosso. Ricordo che alla mensa mi davano solo la minestra e da casa portavo un panino. Qualche volta con burro e zucchero (non mi piaceva proprio), rare volte con la marmellata ed era un lusso!
Madre Adele era la mia insegnante, una suora abbastanza severa e ricordo che, non essendo io una santa, mi ha messo in castigo più di qualche volta. Ricordo ancora molti miei compagni nonostante siano passati tanti anni.
Alle recite invece avevo un grembiule bianco con il colletto alla marinara.

La scuola dei nonni – L’asilo di nonna Franca – parte 1

 

La scuola di nonna Franca (la mia mamma 🙂 )

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1931 – nonna Franca all’asilo di Marostica

Io sono in prima fila, la penultima a destra, dietro di me, vicino alla suora c’è mio fratello. Non mi piaceva andare all’asilo, la minestra che ci davano era uno schifo, tolto il sabato che facevano il riso con latte che a me piaceva tanto. Mangiavamo in un grande salone: le femmine a destra e i maschi a sinistra. Le grandi tavole avevano dei fori, grandi quanto un piattino da tè, dove veniva infilata una scodella di alluminio con la minestra. Accanto alla scodella, c’era il nostro bavaglino, portato da casa in un cestino di vimini nel quale la mamma aveva messo anche un panino con dentro marmellata o burro. Finito il pasto le suore ci accompagnavano nelle aule. Sul nostro banco dovevamo incrociare le braccia, appoggiare la testa e dormire. Proibito muoversi, parlare o alzare la testa: un vero supplizio perchè io non riuscivo a dormire.

Verso le tre ci accompagnavano in un cortile, abbastanza spazioso a giocare liberamente. Io passavo il mio tempo a cercare fra il ghiaino che c’era per terra, le perline che le mie compagne più ricche, avevano perso, per poi cercare di infilarle e farmi un braccialetto. Non ci sono mai riuscita!

Indossavo un grembiulino a quadretti bianchi e rosa e un colletto bianco. Come tutte le bambine povere, calzavo le ” sgalmare “. Erano degli scarponcini di cuoio duro e nero con la suola di legno bianca. Si camminava male facendo anche baccano. Tutti, bimbi e bimbe, avevamo i capelli corti così le suore facevano più presto a vedere se avevamo i pidocchi.

Alle 4 le mamme venivano a prenderci per accompagnarci a casa. Osservando ora la foto, vedo che i nostri visi sono molto seri, non ne parliamo di quelli delle suore che, vestite di nero, sembrano appena tornate da un funerale.

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Il vestito da fratino di nonna Antonia

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….
Voglio raccontare un periodo della mia vita che io non ricordo ma che è stato documentato da una foto oltre al racconto che hanno fatto i miei.
Avevo circa sei mesi e mi sono ammalata, “gastro enterite fulminante”. Il medico diagnosticò poche ore di vita.
Immaginate la disperazione dei miei genitori, si sono consultati e essendo loro molto credenti e praticanti hanno pensato bene di fare un voto a Sant’Antonio (chiamandomi Antonia doveva essere il mio santo protettore) di vestirmi da fratino per 13 mesi se fossi guarita.Il N° 13 ha un significato particolare per questo santo, infatti quando si chiede a Lui una grazia le preghiere durano per 13 giorni.
Non so se sia stata la grazia di Sant’Antonio o perchè doveva andare così, ma io sono ancora qui viva e vegeta a raccontare tutto questo. Quando guardo la foto penso con quanta fede i miei si sono raccomandati per la mia guarigione e sono stati accontentati.

nonna Antonia

 

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GIORNATA DELLA MEMORIA

Il 27 Gennaio 1945 fu la data della liberazione di Auschwitz, il più grande dei lager: per questo motivo quella data è stata scelta per ricordare , ogni anno, quello che è successo.

CLASSE 3^, 4^  e 5^

hanno visto il film

“JONA CHE VISSE NELLA BALENA 

Il film jona che visse nella balena racconta la storia di Jona Oberski, un bambino di quattro anni che vive ad Amsterdam durante la seconda guerra mondiale. Dopo l’occupazione della città da parte dei tedeschi, viene deportato nel campo di Bergen-Belsen insieme a tutta la sua famiglia. Qui Jona passerà tutta la guerra, in una barca separata dai genitori. Il bambino subisce freddo, fame, paure, sofferenze, angherie anche da parte degli altri ragazzi. Sono rarissimi i casi in cui viene trattato con gentilezza: solo il cuoco del lager e il medico dell’ambulatorio sono carini con lui. Poi c’è l’ultimo incontro con i suoi genitori: il padre muore stremato nel fisico, la madre muore semidelirante in un ospedale sovietico. Dopo la morte della madre, Jona viene assistito da una ragazza Simona a cui quella l’aveva affidato. Nel 1945 viene generosamente accolto dai Daniel, una coppia abitante ed amici del padre ad Amsterdam.

Il tempo ciclico e l’infinito

 

In classe seconda abbiamo esplorato un po’ il tempo ciclico, abbiamo visto che esso è legato al girare della Terra attorno al sole e attorno a se stessa.

Moto di rivoluzione della Terra attorno al Sole

 

Il tempo ciclico quindi è il tempo delle stagioni e dell’alternarsi della notte e del dì. E’ il tempo delle cose che ritornano sempre, all’infinito.

 

Abbiamo poi costruito un nastro di Moebius con la carta per scriverci dentro la “Storia del sior Intento”, così non finisce davvero mai :)…la conosci??

Questa è la storia del sior Intento

che mai non è contento

che mai non se desbriga.

Vuto che te a conte o che te a diga?

 

Qui puoi vedere un breve filmato sul canale youtube di RAI Scienze che spiega come funziona il nastro di Moebius:

C.M. Escher, famosissimo grafico ed appassionato di matematica, ha creato numerosi disegni che ci siamo divertiti a guardare per scoprire dove in essi si nasconde l’infinito.

Prova anche tu a cercare l’infinito in questi suoi disegni o, se sei di classe seconda, sfida i tuoi genitori 😉

Cascata – C.M. Escher

nastro di moebius/formiche – C.M.Escher

 

mani che disegnano – C.M.Escher

 

La galleria – C.M. Escher

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