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Carnevale

Era l’ultimo giorno di Carnevale e i bimbi volevano fare la mascherata. Ma come?
I loro genitori avevano dichiarato che denaro da spendere per i costumi non ne avevano.
Se volevano andare in maschera dovevano arrangiarsi con quello che trovavano in casa.
Allora bambini e bambine salirono nel solaio e rovistando nelle antiche cassepanche e nei bauli. Portarono alla luce vecchi abiti da  larghe e Iunghe gonne, cappellini con fiori sopra e sotto la tesa, colletti di pizzo, corpetti di velluto, cilindri spelacchiati. I vestiti erano troppo lunghi e larghi: ma le ragazze vi rimediarono con spille di sicurezza e lunghi punti messi qua e là.
Tutti si vestirono con entusiasmo e i maschietti, in più, si fecero col carbone lunghi baffi.
Poi cantando si sparsero per la collina, gettando manciate di coriandoli.

T. Melgari

Viva il Carnevale

Viva viva il carnevale,
con il pepe e con il sale
la tristezza manda via
e ci porta l’allegria!
Fischi canti suoni e balli
la vecchietta vuol ballare
ed il nonnetto vuol cantare.
Ad un tratto vedo il babbo
travestito da indiano.
Chi si veste da Arlecchino
chi da Zorro o da Pinocchio
chi da gatto o da fatina
da pagliaccio o da soldato!
Com’è bello Carnevale
che schiamazza per le strade
fa scordare ogni male.
Viva viva il Carnevale.

Le maschere furono introdotte nel teatro greco da Tespi l’inventore della tragedia che intorno al 530 a.C. cominciò a far usare agli attori maschere di lino, sughero e poi di legno.

Prima di allora gli attori si erano limitati a pitturarsi il volto. La ragione per cui la maschera arrivò sulle scene era logistica prima ancora che simbolica: occorreva amplificare tutto, dalla voce alla fisionomia del volto.

La distanza che separava l’attore dal pubblico era di almeno 18 metri dalla prima fila – orchestra compresa – e più di 90 metri dall’ultima. La voce veniva amplificata dalla maschera che fungeva da megafono. Anche l’espressione del volto doveva essere accentuata, altrimenti non sarebbe stata compresa da lontano e quindi la maschera serviva pure a quello.

Il pubblico doveva individuare subito il personaggio è per farlo guardava proprio le maschere. Inoltre per facilitare il riconoscimento dei personaggi gli attori indossavano delle scarpe con la suola straordinariamente alta, i cosiddetti coturni che servivano a far meglio vedere i personaggi sulla scena anche da lontano.

Le maschere avevano i tratti del volto molto accentuati: piangenti nei drammi e sorridenti nelle commedie. Servivano a rappresentare il carattere del personaggio mentre nascondevano l’individualità dell’attore.

Questo senso duplice di svelamento e occultamento è ben reso dalla duplice etimologia della parola: in latino maschera significa persona, mentre in arabo il termine maskharah vuol dire caricatura, beffa. Un grande uomo di teatro del novecento Jerzy Grotowsky sosteneva che il teatro fosse la verità dichiarata finta, un concetto pienamente rappresentato dalla funzione duplice della maschera dal teatro greco in avanti.

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